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Comuna Urbana
Lettera Da "Villa Espearanca"
4 mesi a Jandira
Da "a sua immagine"
Isa e Giuliana
Paola Reverberi
Marco e Cristina
indio_i
Indio

Questa volta penso che sia veramente difficile sintetizzare in un articolo la nostra esperienza di quattro mesi a Jandira, ma proverò a raccontare almeno i fatti salienti.
Innanzitutto vivere 4 mesi lì è stata la prima volta in cui ci siamo sentiti almeno per un periodo jandirensi, da fare la spesa e cucinare, a organizzare una baby sitter per i bambini in modo tale da essere liberi e a disposizione di Padre Gianchi e della sua parrocchia. Devo dire che questa forse è la cosa più eccezionale della nostra esperienza: mai nella vita si ha la possibilità di essere a disposizione degli altri per l’intera giornata senza impegni di lavoro o di famiglia; è vero, i nostri figli erano con noi e hanno vissuto insieme con noi tutta l’esperienza, ma a parte loro come impegno giornaliero quello che ci guidava erano le emergenze di tutti i giorni che arrivavano già di prima mattina alla "casa azzurra" di Gianchi. Quindi è stato bello sentirsi un po’ volontari, fare per soli 4 mesi quello che Padre Gianchi fa da 30 anni. Il nostro atteggiamento è sempre stato quello che da tanti anni caratterizza il gemellaggio: mettersi accanto e dare una mano come uno di loro ma con l’idea, sempre chiara, che sono poi loro che vivono in quella situazione quindi ci lasciavamo guidare.

Abbiamo svolto diversi impegni, alcuni dei quali più professionali. Marco, come ingegnere si è occupato della costruzione di un nuovo centro comunitario, gestito dalle suore in località Nostra Signora delle Nevi, un quartiere molto povero dove già da diversi anni seguono la comunità e le famiglie più bisognose. Prima di partire abbiamo camminato sul solaio del primo piano ormai terminato e robusto!

Io invece ho aiutato la casa famiglia per la rendicontazione di un progetto che l’anno passato era stato finanziato dalla CEI, la Conferenza episcopale italiana, e che, avendo terminato il primo dei tre anni previsti, doveva presentare tutta la contabilità. E’ stato molto bello vedere come le attività messe in piedi dal progetto fossero utili alla casa famiglia per potenziare un lavoro di sostegno ai bambini accolti e alle loro famiglie. Ad una di queste attività abbiamo potuto partecipare non solo direttamente: i nostri tre figli si sono inseriti nel gruppo della Capoeira, danza rituale che viene dagli schiavi, che si svolgeva la domenica e hanno fatto questa esperienza molto bella di immergersi nella cultura afro-brasiliana attraverso la danza, la musica e le regole di questa arte marziale.

Abbiamo lavorato tanto insieme con la Sociedade Caritas che da anni segue i bambini, i ragazzi e gli adolescenti per rivedere con loro l’organizzazione della associazione che era in un momento di crisi di rinnovamento e l’abbiamo vista trasformarsi, in un percorso molto interessante di crescita funzionale. Dopo tanti anni di coordinamento delle attività dell’associazione Andrea, figlia di Maura, per la sua imminente maternità, ha deciso di lasciare l’incarico e ha preso il suo posto Damasio, un uomo di 50 anni che da tanti anni lavora a fianco di Gianchi, una persona molto in gamba e di una ricchezza spirituale fuori dal comune.

Insieme con lui e Padre Gianchi è stato messo in piedi un Consiglio di gestione della parrocchia, composto da 23 persone che rappresentano tutte le attività sociali e che ha lo scopo di riunire tutti i diversi progetti per avere una conoscenza gli uni degli altri ma, soprattutto, per essere di sostegno a Gianchi nei momenti in cui si devono prendere delle decisioni. Partecipare al battesimo di questo gruppo così ricco di forza, per noi, è stato molto importante e a nome del gruppo di Roma ci siamo impegnati nel pensarlo insieme con loro.

Padre Gianchi, come sapete, è sempre orientato verso i più poveri e le favelas sono per lui il luogo dell’incarnazione della sua vocazione; abbiamo potuto conoscere più a fondo questi luoghi dove lui è il leader principale e dove, non senza pericoli, si muove con una grande abilità e attenzione alle necessità. Eravamo lì quando si concludevano i lavori della chiusura della fogna a cielo aperto che divideva in due la favela di Villa Dolores e devo dire che in questi pochi mesi abbiamo visto una trasformazione molto positiva, anche se non sono mancati i momenti difficili. Il Comune di Jandira ha comprato il materiale da costruzione e Gianchi ha organizzato il lavoro comunitario degli abitanti della favela che hanno chiuso questo fiumiciattolo creando così una strada. Ma il progetto di Gianchi era più ampio, voleva che questa favela avesse un punto di incontro degli abitanti, una piazza; concetto completamente sconosciuto nelle favelas dove ogni centimetro viene sfruttato al massimo. Così ha spostato le case più a rischio e ha creato dello spazio dove, oltre ad una piazza, esisterà un centro comunitario, un’officina di fabbro e una panetteria comunitaria. Questo progetto, ancora molto sotto forma di sogno, ha però già raggiunto degli obiettivi importanti: poche ore prima di partire abbiamo visto nascere un nuovo asilo proprio nella chiesa-centro comunitario-luogo delle riunioni che si chiama "Boca da palavra de Deus" (Spaccio della parola di Dio).

Ma, come dicevo, i momenti difficili non sono mancati; ad esempio quando alcuni degli spazi che Gianchi aveva comprato per riservarli a questo progetto comunitario sono stati occupati abusivamente da alcune famiglie e, soprattutto, quando si è capito che questa non era stata la mossa di poveri disperati senza tetto ma probabilmente il disegno della mafia locale per mettere in difficoltà il nostro parroco, a questo punto, senza esporsi troppo, lui ha risposto con un segno forte di presenza nella favela che è stato appunto quello di accelerare l’apertura del nuovo asilo!

Abbiamo seguito anche il progetto di Villa Esperanza, di cui si sta già parlando da diverso tempo. Quello che ci hanno raccontato sia Padre Gianchi che il Sindaco di Jandira quando sono venuti in visita in Italia a febbraio. Il progetto prevede di spostare gli abitanti della favela in un luogo più sicuro dove vivere perché il terreno dove sono ora è un argine di un fiume che straripa spesso. L’idea è quella di comperare un terreno con l’aiuto di un prestito italiano per poi farlo restituire durante i tre anni del mandato del sindaco e nel frattempo spostare i favelados che insieme potranno costruire le loro case con dei finanziamenti dello Stato per il materiale da costruzione. Anche in questo progetto, come potete ben immaginare, le difficoltà che abbiamo osservato non erano poche, ma le cose vanno avanti e speriamo che presto si possa vedere Villa Esperanza trasformata in "Nova Esperanza" (questo è il nome del progetto di prestito).

L’ultimo progetto che abbiamo avuto l’onore di seguire da vicino, ma che per noi è forse stato il più emozionante, è stata la conclusione dei lavori e l’inaugurazione del primo pezzo della scuola John Caneparo. Durante la cerimonia svoltasi nella scuola, insieme anche agli adolescenti che avrebbero cominciato i corsi da lì a 2 giorni, la commozione è stata grande; non vi dico quando, coperta dalla bandiera brasiliana, così come era tornato il feretro di John in Italia nel settembre del 1996, è venuta fuori una sua foto sorridente e che sembrava stesse benedicendo questa nuova avventura.

Sono 140 mq su due piani, costruiti al di sotto della scarpata della chiesa di San Francesco, dove 30 ragazzi dai 15 ai 18 anni stanno già seguendo dei corsi di rinforzo scolastico e professionalizzazione.

E’ stato anche emozionante ascoltare i nomi delle persone che in tutti questi anni hanno sognato questo progetto insieme con noi e che ci hanno lavorato attraverso diversi progetti architettonici e ingegneristici.

Un altro impegno che abbiamo preso e che anche da Roma seguiamo da vicino è la cooperativa delle sarte, che è nata già da un anno e che sta crescendo della maturazione professionale di ciascuna e nella creazione di una coscienza di gruppo; gli inizi sono sempre difficili ma anche i risultati tecnici ed economici stanno cominciando ad arrivare.

Durante l’ultimo mese della nostra permanenza a Jandira abbiamo ricevuto 6 giovani romani di 20 anni, alcuni provenienti dagli scout di San Roberto Bellarmino, che sono venuti per fare una esperienza di vita e per conoscere il nostro gemellaggio da vicino; anche con loro è stata una bella esperienza di condivisione facilitata dal fatto che vivevamo nella stessa casa. Hanno svolto diverse attività tra cui un censimento, proprio nella favela di Villa Dolores, dove hanno toccato con mano le difficoltà di tutti i giorni di questa gente. Ho chiesto a questi ragazzi di scrivere loro stessi le sensazioni del viaggio e le troverete qui di seguito…

Quello che abbiamo portato indietro nelle nostre valigie spirituali è una conoscenza molto più approfondita della realtà e delle persone di Jandira da cui potranno scaturire delle nuove proposte per il Gruppo e per la parrocchia e una migliore partecipazione alla vita delle comunità di Jandira.

Cristina Coiro Parisi

 

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