ESSERE CHIESA IN BRASILE

Alcuni anni or sono era quasi luogo comune identificare la Chiesa dell’America Latina, in particolare del Brasile, con le Comunità ecclesiali di base e con la Teologia della liberazione. Dal momento che molti, con buona o cattiva intenzione, a favore o contro, riducevano la Teologia della liberazione ad un’appendice religiosa di teorie marxiste, molta gente ha pensato che la questione si fosse frantumata alla stregua del muro di Berlino.

Alcuni oggi gioiscono pensando alla sospirata fine di una Chiesa rossa, di vescovi rossi, di preti rossi, di seminari rossi…, seguaci di un Gesù socialista; altri sono tristi e perplessi come i discepoli di Emmaus: "Pensavamo che fosse lui a liberare Israele" (Lc 24, 21); altri ancora interpretano il fenomeno delle sétte in America Latina e in Brasile come il risultato di un vuoto religioso-spirituale lasciato fra la gente da una Chiesa troppo impegnata nel sociale e nel politico.

Non sono un teologo e perciò non sono in grado di rispondere cosa è attualmente la Teologia della liberazione. So che è piena di vita ed è presente in una miriade di fermenti religiosi, culturali e sociali.

I teologi "progressisti" possono essere licenziati dagli istituti di teologia (come a Recife e ora a San Paolo), preti "conservatori" da 20 anni possono essere sistematicamente prescelti all’episcopato, la televisione e i media possono dedicare spazi generosi ai pentecostali cattolici (P. Marcelo ha riunito 2 milioni di persone in una messa show trasmessa in diretta dalla TV Globo), ma le Comunità ecclesiali di base rimangono l’unica vera evangelizzazione che la Chiesa brasiliana ha saputo e sa realizzare in mezzo ai poveri in 500 anni di storia. La Teologia della liberazione non nasce da intellettuali, ma dai Gruppi di vangelo, da gente povera che si incontra nelle case per leggere la Parola di Dio e tradurla nella realtà della vita, per vivere nella pratica quotidiana l’amore fraterno e solidale (la vera politica).

Ho conosciuto Clodovis Boff, prima ancora dei suoi libri, in mezzo alla foresta amazzonica, fra gli indios e i serigueiros, con lo zaino in spalla, fradicio di sudore e sudicio di fango, mentre visitava villaggi e famiglie e formava Gruppi di Vangelo, la "Base" delle Comunità ecclesiali! Lui stesso mi spiegava come la comunità è il soggetto della teologia. Il teologo è voce della comunità: sistematizza valori che la comunità vive ed esprime e rimette la sua riflessione alla comunità perché possa crescere nell’intelligenza della fede.

Nelle immense periferie della grandi città, dove la presenza della Chiesa istituzionale è minima, dove il prete diventa l’ago nel pagliaio (sono da solo a Jandira in una parrocchia di 70.000 abitanti), sono i piccoli Gruppi di Vangelo che portano la Parola di Dio nelle case dei bairros più poveri e nelle catapecchie delle favelas. È da questa base delle Comunità ecclesiali che provengono i ministri degli infermi, i quali portano agli ammalati la comunione e l’unzione, preghiera e conforto, aiuto materiale e spirituale per guarire.

Oggi una Comunità ecclesiale di base è in grado di rispondere alle fondamentali esigenze religiose del popolo cattolico. Non può consacrare e confessare… In una parrocchia di Osasco, alla periferia della Grande San Paolo, con più di 100.000 abitanti e un unico prete, organizzata in tante Comunità ecclesiali di base, alla domenica si celebrano più di 50 liturgie della Parola con la comunione: liturgie che per fede, solennità e partecipazione non hanno nulla da invidiare a certe messe così annoiate celebrate in sontuose chiese italiane. Il ministro può fare tutto ciò che è permesso a un diacono ed è eletto o rieletto dalla comunità ogni 3 anni.

Queste comunità sparse a migliaia per tutto il Brasile e che in una domenica sono capaci di riunire milioni di persone, non fanno chiasso, non suscitano l’interesse dei media… Forse perché si riuniscono in piccoli gruppi, in piccole assemblee, forse perché c’è una natura intrinseca al Vangelo vissuto che lo rende inviso ai potenti…

Se durante la dittatura militare (anni ‘60-‘70) la comunità aveva come unico spazio di azione la "denuncia" coraggiosa e profetica (mancanza di libertà, oppressione, torture, ecc.) oggi la comunità sceglie l’annuncio dei valori evangelici ed umani. per esempio la liturgia inculturata è un luogo di annuncio dei valori culturali delle minoranze etniche e emarginate, come i neri, gli indios, i senza-terra, i disoccupati, i favelados, i meninos de rua, la donna nella Chiesa e nella società.

Padre Leo, della diocesi di Imola, che viveva in una favela e si occupava di meninos de rua, è stato ucciso dai trafficanti di droga. Un giovane prete, vicino alla mia parrocchia, è stato ucciso da adolescenti con i quali cercava di fare un lavoro di ricupero.

Vivere in certi posti, emarginalizzati e violenti, significa esporsi a certi rischi, che alle volte possono significare una testimonianza con la propria vita e il proprio sangue, continuando il martirologio latino-americano…

In Brasile ci sono 45 milioni di bambini sotto il livello della fame, 7 milioni di meninos de rua. Le comunità sono presenti in queste realtà con i loro preti (pochi, ma ci sono), con piccole e povere strutture di accoglienza, con asili, dopo-scuola, corsi professionali, piccole cooperative di artigianato e di produzione, fazendas terapeutiche per tossicodipendenti, case-famiglie per bambini abbandonati e senza alcun riferimento famigliare. La Pastorale dei bambini (criança), che ha l’appoggio del Card. Arns, è indicata per il Premio Nobel della pace per aver ridotto del 30% la mortalità infantile in Brasile. Sono migliaia di operatori sanitari volontari (agentes da saude), sparsi nel territorio nazionale, che visitano sistematicamente le famiglie più povere, per controllare il peso dei bambini e insegnare una alimentazione naturale e alternativa (no Nestlé).

Potrei parlare della Pastorale carceraria, della visita e difesa dei detenuti contro le arbitrarietà e le torture, le violenze e le morti perpetrate dai carcerieri, come pure della Pastorale della casa (moradia) e della terra, a fianco del movimento dei senza-terra e dei senza-casa, o del Vicariato dei sofferenti di strada (Sofredores de rua), i quali si interessano delle circa 300.000 persone che vivono sotto i viadotti di San Paolo.

Per terminare vorrei dire un ultimo pensiero. Penso che la Chiesa istituzionale si sia occupata troppo della "ortodossia" della Teologia della liberazione e delle Comunità ecclesiali di base. Si sono persi preziosi e drammatici decenni a discutere su queste cose… Nel frattempo l’avanzare del capitalismo selvaggio nelle foreste e campagne, in poco più di 20 anni, causava l’esodo di 100 milioni di brasiliani. Un esodo che si è rivolto alle città (come San Paolo oggi con 18 milioni di abitanti) che promettevano lavoro e benessere grazie all’effimero boom dell’industrializzazione. Contadini analfabeti, cacciatori delle foreste, indios detribalizzati si sono trovati improvvisamente alle prese con autobus, treni e metro, lavori forzati e alienanti, peggio, disoccupazione, e sempre più spesso abitazioni disumane in catapecchie e tuguri che ben presto formeranno il triste fenomeno delle favelas e cortiços.

Miseria, violenza, distruzione dei rapporti familiari, prostituzione, droga, emarginazione, abbandono… Le sette, i cui fondatori provenivano dagli Stati Uniti, guarda caso come le multinazionali, hanno trovato un ambiente ideale per un fondamentalismo religioso: "Basta soffrire, abbandonati a Gesù!" promettendo la soluzione di tutti questi problemi con la semplice appartenenza al proprio gruppo religioso. Mentre io con tanti sacrifici, con la cooperazione di tanti volontari (mutirão), autotassa dei Gruppi di Vangelo costruivo una chiesa, le sétte a Jandira ne avevano già costruite 200, con finanziamenti anche della CIA.

È tutta colpa della Teologia della liberazione? E se queste comunità avessero avuto l’appoggio evangelico ed economico della Chiese opulente dell’Europa e degli Stati Uniti, che realtà di Chiesa e di società ci sarebbe oggi in Brasile e nell’America latina?

Comunque ciò che è importante è la fedeltà al Vangelo. Non credo che il Vangelo chieda che i brasiliani siano tutti cattolici, ma piuttosto ci chiede di testimoniare l’amore del Padre nelle realtà dell’uomo e dell’uomo più sofferente. Essere Chiesa, essere missionari non significa fare proseliti, ma essere segno di speranza anche per chi non ha più motivo di sperare, segno di fede, di una fede feconda di carità.

La gioia più grande me l’ha data un bambino di strada, accolto come mio figlio nella casa-famiglia, quando mi disse: "Tu sei il papà che Dio mi ha dato".

Partecipare della paternità di Dio è una bella missione e mi sembra che la Chiesa brasiliana con le sue comunità di poveri in mezzo ai poveri sia veramente fedele al Vangelo. Forse questo tipo di Chiesa non sarà di successo qui in questo mondo, ma sono sicuro che in cielo gode di ottima considerazione!

Pe Gianchi

 

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